Conferenza tenuta il 16 novembre 2006 alla Facoltà di filologia dell’Università di Salamanca


Arnaldo Alberti
Via Castelrotto 2°
CH 6600 Locarno
e.mail: a.alberti@bluewin.ch
pagweb: www.aalberti.ch

A Locarno, la città della Svizzera italiana dove abito, a pochi passi da casa mia, c’è una chiesa. Ha una chiara facciata edificata con pietre tagliate, alcune di diversa specie, che la rendono interessante. Le pietre sono materiali di ricupero del vecchio castello, costruito dai signori di Como e di Milano che se lo contendevano e distrutto dagli svizzeri nel 1531. Il castello di Locarno era splendido. Si racconta che, in occasione di matrimoni o feste importanti, gli Sforza, da Milano, mandavano barche che risalivano il Po e il Ticino poi navigavano lungo tutto il Lago Maggiore per venire a Locarno a prendere l’argenteria e gli arredi preziosi. La chiesa, che si edificò usando i blocchi monolitici del castello, è austera e ricalca il modello medievale di San Francesco Grande di Milano. Di fronte ad essa c’è una cappella, di squisita fattura, completamente abbandonata al degrado dell’incuria e del tempo. Di questo monumento parleremo dopo. Ci vuole poco, osservando la facciata della chiesa, per capire quanto è simile al nostro personale edificio culturale. L’intelligenza va costantemente a raccogliere pietre d’edifici distrutti per costruire facciate. Tuttavia le pietre non sono state tagliate apposta per costruire l’identità di cui personalmente disponiamo. Forse solo qualcuna è stata lavorata espressamente, per inserirla nella facciata della nostra intellettualità; ma la pietra scolpita per noi si perde nell’infinito numero delle altre pietre, scelte e raccolte fra le macerie di castelli e monumenti culturali distrutti. Ci sono detti popolari che per ragioni difficilmente spiegabili, rimangono scolpiti nella mia memoria come se anch’essa fosse fatta di pietra. Sono frasi sentite da bambino e solo a settant’anni ho scoperto che sono appunto importanti pietre di ricupero usate per costruire la mia di facciata di un edificio culturale che pone sempre più problemi di dubbio ed incertezza invece che dare sicurezza e serenità. La plebe, o il popolo milanese, nel tempo della discesa e dell’occupazione spagnola di parte dell’Italia settentrionale e delle continue contese fra Francia e Spagna del XVI secolo, invece di prender parte per l’uno o l’altro degli occupanti, in buon dialetto lombardo diceva: “O Francia o Spagna per num l’è ugual, purché se magna.” che tradotto significa:” Che siano i francesi o gli spagnoli ad occuparci poco importa, basta che ci sia da mangiare.” Come il destino di Milano sia sempre stato legato a tristi ed inopportune occupazioni lo testimonia un altro detto popolare. Quando alla fine del settecento Napoleone e Massena occuparono l’Italia settentrionale, il popolo scandiva “Liberté, fraternité, egalité, i frances in carozza e num a pè” (Libertà, fraternità, uguaglianza va tutto bene. Ma perché i francesi occupanti vanno in carrozza e noi a piedi?) Può intrigare il fatto del perché e del percome da bambino avevo sentito pronunciare questi detti; uno di quattro secoli fa e l’altro di due secoli fa, espressi nello stesso dialetto che io ancora oggi parlo. Semplicemente perché sono nato a Brissago, in un piccolo borgo a dieci chilometri da Locarno, sul confine di un possedimento che dal 1535 fu definitivamente degli spagnoli. Il villaggio, ancora oggi di rito ambrosiano, era parte del Ducato di Milano, poi dei francesi. Lo occuparono gli svizzeri approfittando delle sconfitte che i francesi subirono dagli spagnoli. Il confine, che prima a Brissago non c’era, è stato segnato dagli svizzeri che tennero soggetto il nostro territorio per ben tre secoli. Fu il periodo dell’occupazione svizzera come quello dell’occupazione spagnola della Lombardia, un tempo segnato da decadenza culturale e depressione economica. Oggi il Cantone o Repubblica del Ticino confederato con altri 22 cantoni elvetici è, con la Repubblica italiana e San Marino uno dei tre Stati indipendenti di lingua italiana. Purtroppo, dopo l’occupazione militare degli svizzeri, la gente del mio paese non seppe trovare il cinismo e l’indifferenza sufficienti che bastano per almeno rafforzare l’istinto di sopravvivenza. La gente di Brissago, che forse aveva un senso dell’onore che serve a poco, mai disse “Che ci siano gli svizzeri o i milanesi ad occuparci poco importa, basta che ci sia da mangiare”. Ci furono nel XVI secolo faide e massacri fra quelli che avevano preso parte per gli svizzeri, i nuovi occupanti e quelli che invece restarono fedeli ai milanesi. Il paese, uno dei più belli e fiorenti sulle rive del Lago Maggiore, (una regione, il sud delle alpi e quella dei Laghi, molto simile per la flora e il clima alle coste mediterranee) decadde moralmente ed economicamente. Del fatto che di la dal confine c’erano gli spagnoli non se ne sono accorti solo a Milano. Ci furono, della nostra regione svizzera italiana i Paleari, famosi architetti del genio militare che partirono per la Spagna al servizio di Filippo II. Torniamo alla Chiesa francescana, a pochi passi da casa mia. Ho detto che di fronte ad essa c’è una cappella di squisita fattura. Era il monumento cimiteriale degli Orello, una famiglia nobile locarnese che al tempo della Riforma protestante dovette partire, insieme a decine d’altre famiglie in esilio. Furono circa quattrocento le persone scacciate dalla piccola Locarno ed accolte a Zurigo. La guerra santa di Carlo V contro l’Islam e l’eresia ha lasciato il segno anche nella mia città, le cui famiglie migliori, convertitesi al protestantesimo, fecero la fortuna di Zurigo. Erano tessitori, commercianti e gente colta che partiva. Un fatto questo che contribuiva a segnare la decomposizione e la decadenza di tutta un’area latina e cattolica, governata da intolleranti, come lo furono i cardinali Carlo e Federico Borromeo sempre troppo diligenti nel seguire la via tracciata dal re di Castiglia e da suo figlio che sognava, come purtroppo ancora oggi qualcuno sogna, o ha sognato, di stabilire una monarchia universale con una sola religione, compiendo stragi che paradossalmente classificano e definiscono una guerra come santa. Non ho mai amato Alessandro Manzoni e il suo “Promessi sposi”. Scritto in un periodo di primavera, per ciò che concerne la diffusione della libertà e la nascita dei diritti dell’uomo, ti fa passare come un personaggio probo e giusto il cardinale Federico Borromeo che appartiene invece al gelido inverno della storia determinato dalla sua politica oppressiva. I cantoni cattolici svizzeri nel 1586, costituirono, alleandosi con la Spagna e accentuando la divisione religiosa in Svizzera, la Lega Borromea. Così quel nome non è da ricordare come portato da santi che uniscono ma da politici e prelati che dividono un paese. Sono sempre più convinto che Le avventure di Pinocchio di Collodi sia l’autentico capolavoro della letteratura italiana. Il libro racconta la storia di un bambino con la testa di legno che con fatica e sacrificio ne acquista una normale e umana, mentre che quello del Manzoni, per zelo restauratorio di una Chiesa la cui legittimità nell’azione politica è ancora tutta da dimostrare, ti trasforma le teste normali in teste di legno. Uno dei grandi ed autentici romanzieri è Giovanni Verga ed i Malavoglia è per me il più bel romanzo dell’ottocento scritto in italiano. Forse perché il romanzo di Verga tratta con umanità e squisita partecipazione di chi perde nella vita, sta dalla parte dei vinti. Ed i protestanti, ieri nella mia città, così come i mussulmani che dovettero partire dalla vostra Spagna per un comune destino mi sono simpatici non solo perché vinti ma principalmente perché praticano una fede che non accetta intermediari designati da una istituzione per imporre come leggere e cosa leggere nel libro, tanto se le pagine del volume esprimono la voce di un Dio qualsiasi, quanto se sono lo specchio della coscienza di un popolo. Io mi sento profondamente solidale con la gente di Spagna proprio per un fatto storico che ci accomuna: quello d’avere subito nello stesso secolo una ferita profonda. La cristianizzazione e la repressione dell’eresia hanno aperto piaghe che si sono rimarginate solo dopo secoli ed alcune oggi si riaprono. Ci sono le cicatrici delle ferite, come la cappella mortuaria degli Orello, nobili di Locarno, che nessuno cura perché appartiene a degli infedeli. Sono certo che lo stesso dolore e la stessa disperazione dei riformati che da Locarno nel 1555 partirono per le città del nord, verso un avvenire incerto, fu provata dalle decine di migliaia di persone che dovettero abbandonare la splendida Spagna dei Mori per ritirarsi in esilio involontario sull’altra sponda del Mediterraneo. Nella casbah di Tangeri ho scoperto una casa di due stanze che danno sulla Piazza del Palazzo del Sultano. Le porte e le finestre si aprono regolarmente due o tre sere per settimana. Appartengono alla Società degli esuli di Spagna. Alcuni uomini vi si ritrovano per discutere, bere il te e suonare musiche folcloristiche con strumenti a corde d’epoca. Sono passate decine di generazioni e dei secoli dall’esodo degli spagnoli mussulmani verso il Marocco. Eppure dentro quelle stanze nella Medina di Tangeri i profumi, il te e gli arredi testimoniano d’avvenimenti che per chi li ricorda sono attuali, più attuali e che nulla hanno in comune con la nostalgia. Un signore alto, distinto, mi spiega in buono spagnolo che ci vuole pazienza, che le stragi non sono necessarie per ristabilire la giustizia. Quando gli ricordo che gli ebrei, che vivevano in condizioni eccezionalmente favorevoli durante l’occupazione mussulmana, furono anch’essi espulsi dalla Spagna con l’editto del 1492 ora in Palestina uccidono chi li ha ospitati non dice nulla ma la sua faccia esprime un profondo dolore invece della collera e del desiderio di vendetta. Lo informo che il signor Lombardi,un ingegnere della mia città, ha l’incarico di progettare una galleria sotto lo stretto di Gibilterra. Lui sorride come un bambino innocente al quale si fa il regalo che aveva desiderato. Gli dico della possibilità di una futura Europa che comprende il Marocco e forse tutto il Magreb, perché l’Europa c’è già a Melilla e a Ceuta. Intanto penso ai regali avvelenati che nella prima metà del secolo scorso arrivarono dal Marocco, come quel generale che acquistò o si fregiò lui stesso del grado militare superlativo per il merito d’aver ammazzato molta della sua gente. Associo questa triste figura a quella di un signore, zoppicante e sempre col bastone, che s’incontrava per strada nella mia città. Zoppicava perché era stato ferito qui in Spagna. Era partito volontario e combatté nelle brigate internazionali per difendere i valori repubblicani. Tornato a Locarno ferito, dopo la sconfitta subita in Spagna, fu processato da un Tribunale militare elvetico e condannato per avere indebolito la capacità di difesa della Svizzera. Non ho mai capito perché la capacità di difesa della Svizzera non è pregiudicata quando i giovani partono per difendere l’ultima monarchia assoluta e teocratica d’Europa come è il Vaticano ed è pregiudicata invece quando i giovani partono per difendere una repubblica. Non gli parlai mai e lui non ne parlava volentieri di queste cose. Lo salutavo con rispetto e nutrivo per lui una grande ammirazione. Sono sempre stato orgoglioso che un uomo della mia città ha combattuto contro il nazifascismo in Spagna. I volontari ticinesi aspettano sempre la riabilitazione da parte del governo svizzero. La Svizzera: quattro lingue e quattro culture. E’ il tema di queste giornate che la facoltà di filologia di questa splendida università che si trova in una altrettanto splendida città ha organizzato, forse perché sedotta dal fascino di quel piccolo Stato, di quella come è definita in lingua tedesca Willensnation (Nazione di volontà) che tuttavia nazione non è ma é uno Stato. Devo confessare che se esamino il mio patrimonio intellettuale e i valori che vi sono devo essere molto grato alla Spagna e alla sua letteratura. Quando ho letto Cent’anni di solitudine di Marquez ho avuto una percezione più chiara e completa del mio paese e della mia identità. I colonnelli, i generali di Marquez, le lotte politiche fra liberali e conservatori sono gli stessi e le stesse, anche se avvenute a migliaia di chilometri di distanza, di quelle della mia di Repubblica, piccola ma viva. Colonnelli come il nostro Luvini che nella guerra del Sonderbund(l’ultima guerra combattuta in Svizzera è stata fratricida e civile come l’ultima guerra combattuta nel vostro di paese, ed ha coinvolto i Cantoni cattolici contro quelli protestanti. Vinsero per nostra fortuna le truppe federali, condotte dal generale Dufour: una figura mitica d’ufficiale che seppe condurre una guerra civile quasi senza ammazzare nessuno. In campo federale c’erano 99.000 uomini e 172 cannoni. Subirono 78 morti e 260 feriti. In quello della Lega cattolica c’erano 30.000 soldati ed ebbe 50 morti e 157 feriti.) Il Ticino liberale e cattolico s’era alleato ai protestanti. Le sue truppe si erano attestate sul passo del Gottardo per chiudere i rifornimenti di armi che arrivavano dal Lombardo Veneto occupato dall’Austria che sosteneva i cattolici. Il 3 novembre 1847, appena scorsero i soldati cattolici della Lega avanzare sul passo, i miei compatrioti svizzeri italiani se la diedero a gambe fuggendo senza fermarsi giù per i sessanta chilometri della Valle Leventina, tutta in discesa. Si racconta che Il Colonnello Luvini che comandava la divisione ticinese, in quella giornata cruciale invece d’essere al fronte, stava a Lugano, a letto con un’avvenente signora che molto probabilmente non era sua moglie. L’eroismo di soldati che fuggono davanti al nemico, l’ufficiale che avrebbe dovuto comandarli invece di fare la guerra faceva l’amore e la vittoria finale di chi scappa invece di uccidere hanno in se qualcosa di magico, sono storie che Marquez mi ha fatto comprendere. Ho capito anche che per vincere, in una guerra civile, non è necessario fare strage della propria gente. Da anni vado in Sudamerica e vi resto un mese. Per capire me stesso e la mia gente devo fare un lungo viaggio, andare lontano per avvicinarmi a quanto è accaduto alla mia gente; sembra un paradosso, ma quanto è vero! A Quito una signora mi ha chiesto:”Usted habla castillano”. Allora ho capito che il privilegio di parlare diverse lingue non è solo del mio Stato, ma anche di quello che oggi mi ospita e nel quale si parla castigliano, basco, catalano e che anche la Spagna è una Willensnation, una nazione che sta assieme, come la Svizzera, per l’esplicita e libera volontà di chi sul suo territorio vi abita. Poi i lunghi e frequenti soggiorni in America del Sud mi hanno dato l’esatta percezione di come un fenomeno, verificatosi prima con la cultura e l’etnia inglese, oggi si ripete per l’etnia spagnola e la sua di lingua. Il secolo appena iniziato sarà anche, e ne sono certo, un secolo dello spagnolo che, dinamico, si esprime nelle ex colonie dell’America del Sud dove si è culturalmente e politicamente innovativi e nel biotopo si riconosce come un valore e una ricchezza la diversità etnica e culturale. Il Venezuela, la Bolivia, l’Argentina, Cuba, il Cile, i cugini brasiliani per cultura e lingua, tutti Stati in marcia verso una migliore sensibilità per la giustizia sociale e per una più equa ridistribuzione della ricchezza, come del resto oggi fa la Spagna, sono le basi per contrastare velleità imperiali che si esprimono in inglese alle quali personalmente mi oppongo. La perdita di coscienza della storia in atto di chi impone l’egemonia universale di una sola lingua di un globale sistema economico e di una sola cultura, permette di presentare ancora oggi come nuovo ciò che è vecchio di secoli e già giudicato dalla stessa storia come impresentabile. Chi parla ancora latino oggi? Perciò sono qui per dirvi grazie per tutto quanto mi avete dato, sicuramente di più di quanto io e il mio piccolo paese possono darvi. Termino riconfermando che lo scrittore ha il compito di raccontare storie e nel farlo, ha il dovere di testimoniare sulla realtà come a lui gli si presenta. Non sa e non deve fare altro. Ho provato a raccontarvene una di storia, nella quale sono coinvolto, personalmente ed è coinvolta, intensamente, la Spagna, il suo passato, la sua lingua e la sua cultura. Grazie ancora per la pazienza e l’attenzione con la quale mi avete ascoltato.

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