Gente di ogni dove e di ogni tempo

Il nuovo romanzo di Arnaldo Alberti

Di Fabio Merlini

 

Per i suoi ottant'anni Arnaldo Alberti ci regala un nuovo romanzo ( Gente di Brissago , Mimesis, Milano 2015), che a me pare di una intelligenza straordinaria: per il modo in cui è costruito, per come sono ritratti i personaggi, per la struttura temporale che ne organizza la narrazione, per i fili sottili con cui sono annodate le tre sequenze storiche che fanno da cornice agli eventi. Si percepisce, sin dalle prime pagine, un forte desiderio di riscatto. Un bisogno sofferto di contrastare, con l'aiuto di una diversa amministrazione della giustizia, il modo in cui la Storia - il romanzo fonde infatti con sapiente mestiere finzione e conoscenze storiografiche - maltratta chi si dispone di traverso e strumentalizza chi si trova sul cammino della sua affermazione, servendosi cinicamente di tutto quanto possa agevolarlo. E questo, secondo un disegno, però, che non esibisce mai chiaramente i suoi contorni, poiché il suo tratto è perlopiù quello dell'ipocrisia. Ma che cosa è la Storia nel romanzo di Alberti?

Le tre parti di cui si compone il romanzo corrispondono ad altrettanti vissuti che hanno come protagonista principale il borgo di Brissago: nel periodo segnato dalla visite pastorali del vescovo di Milano Carlo Borromeo, in quello dell'edificazione del Sacro Monte e, infine, negli anni dell'insediamento di due realtà decisamente fuori scala rispetto agli equilibri del paese, il Grand Hotel e la Fabbrica Tabacchi. All'interno di queste tre differenti epoche, si muovono personaggi che ci aiutano a capire che cosa significhi, per chi non ha mezzi ed è esposto a una povertà brutale, fare i conti con le ragioni del potere. Con interessi non dichiarati, ma capaci di organizzare una potentissima economia del bene e del male, dell'ordine e del disordine, del puro e dell'impuro, della provvidenza e della colpa, in modo da controllare, pilotare e strumentalizzare attraverso il controllo delle anime i comportamenti stessi.

Una giovane paesana, Anna, viene messa a servizio dal prete del paese che dopo essersene invaghito ne approfitta, non senza tormenti e sensi di colpa, per avere poi con lei due figli. Il regime di concubinato nel quale vive la coppia genera sconcerto e aggressività presso la comunità. Sentimenti dei quali approfitterà sia il potere secolare, sia quello spirituale, tanto che la decisione del vescovo Borromeo di allontanare la donna e figli non incontrerà alcuna resistenza esplicita e sarà al contrario salutata come occasione di una giustizia capace finalmente di ristabilire il bene, là dove regnava il disordine morale, con effetti nocivi per l'intero borgo. L'episodio, attraverso i personaggi e le loro vicende, offre una potentissima occasione di riflessione sulla relazione tra uomo e donna; sulla violenza esercitata dal potere maschile alleato, in questo caso, con il potere della Chiesa; sull'amore predicato e su quello vissuto da chi è in grado di farne davvero l'esperienza; sull'amministrazione violenta di un sapere tesaurizzato e messo al servizio di interessi particolari.

A riscattare, almeno momentaneamente, questa vicenda di prevaricazioni e sofferenze, sarà poi nella seconda parte del romanzo un lontano discendente di Anna, arricchitosi con il commercio, Francesco Branca detto il Moscovita. Consapevole delle vicende di cui è erede, rientrerà al paese natale con l'intenzione precisa di edificare per i suoi conterranei un Sacro Monte, nel quale rappresentare, stazione dopo stazione, il passato del borgo mediante una coraggiosa interpretazione della Passione del Cristo. Un atto di giustizia ex post , in virtù del quale permettere ai protagonisti del dramma narrato nella prima parte del romanzo di riposare finalmente in pace. Giustizia fragile però e, quindi, sempre nuovamente minacciata. Come mostra, nell'ultima parte del romanzo, la relazione tra una madre incapace di aprirsi all'amore, per via di una fede sincera e timorosa ma equivoca, e una figlia, Caterina (la mamma dell'autore), erede lontana di quell'atto di amore riparativo che aveva cercato di sostanziarsi nella costruzione del Sacro Monte: «se c'era anche solo l'intenzione della trasgressione innocente dell'amore, se negli occhi […] che erano belli si accendeva una luce che esprimeva qualcosa di radioso, di solare, allora la madre lo reprimeva con una determinazione pari alla volontà di abituarsi al dolore per sopravvivere e tenersi pronta per le terribili prove che la vita infliggeva». La repressione assume qui la forma ambivalente della tutela e del training orientato alla virtù di sopportazione. Ma indipendentemente dall'aspetto assunto, essa si presenta come l'effetto di una storia della lunga durata che nessun atto di amore riuscirà comunque a spezzare. Neppure quello, spettacolare, della visualizzazione iconografica della Passione, di una Passione ideata per raccontare, in termini di risarcimento, le sofferenze patite dalla comunità in nome della pietà e della giustizia. Per questo, mi sembra lecito chiedersi che cosa sia la Storia per l'autore, visto che il romanzo vi si confronta a ogni pagina. E così ritorniamo alla domanda da cui siamo partiti.

La Storia non ha certo qui il volto della gloriosa marcia verso un futuro di emancipazione, così come ama dipingerlo chi approfitta del suo corso. La Storia, nel romanzo, è il gioco spietato e cinico con cui i poteri, alleati o in conflitto fra di loro, mettono le mani, approfittandone, su chi non può fare altro che subirla. Un gioco che, in questo modo, si avvale di azioni, discorsi e reazioni che solo apparentemente risulta dall'operare volonteroso di intenzionalità coscienti. Perché di fatto azioni, discorsi e reazioni sono piuttosto gli strumenti con cui i poteri conducono la lotta per la loro egemonia. La Storia è questo insieme di forze dove gli individui agiscono in quanto agiti. Vi è un punto nel romanzo in cui possiamo leggere: «Il vescovo aveva capito, prima di ogni altra persona, che per dominare gli uomini non era sufficiente fissare dei confini e mettervi a presidiarli dei sodati in armi, ma era indispensabile dominare le anime». Più della forza, ad assicurare ai poteri il loro successo e il terreno per le loro manovre, è dunque la capacità di operare dall'interno, di insinuarsi dentro i pensieri, i desideri, lo stesso sentimento del pudore e della giustizia. Se ciò accade è perché tra poteri e realtà vi è un legame strettissimo. La realtà e la nostra capacità di percepirne la trama e i contorni, con il loro discrimine tra ciò che è lecito e illecito, giusto e sbagliato, possibile e impossibile, naturale e contro-natura, conveniente e sconveniente, sono sempre anche l'effetto di una allucinazione prodotta dall'aura dei poteri, fra le cui disposizione vi è anche quella di sapersi affermare come polo potentissimo di attrazione e seduzione.

La risorsa che, sola, sembra in grado di opporsi a questa alleanza fatale tra realtà e potere, necessità e violenza, è l'amore.

Amorevoli sono infatti tutti i personaggi che mostrano di saper indicare una possibile strada per sottrarsi all'abisso di prevaricazione narrato nel romanzo. Intendiamoci, l'amore non è la panacea, poiché dispone di una forza fragilissima. Però la sua capacità di incontrare, attraversare e infine comprendere la sofferenza genera un profondo sentimento di comunione che fessura e incrina la solida necessità con cui la realtà afferma la sua stringente ineluttabilità: anche se solo come fugace apparizione, un altro mondo sembra così timidamente poter prendere corpo. Amorevole è Anna che «quando di anni ne aveva solo dodici» e il prete «l'aveva accarezzata dolcemente […] si era sentita santificata e benedetta dalle mani bianche che immergevano i neonati nell'acqua dei battesimi e dalle dita che, unte d'olio, segnavano la croce sulla fronte e sulla bocca dei moribondi. Le stesse mani che le avevano tante volte passato e ripassato il corpo, in una esplorazione senza fine […]». Amorevole è la ragazza del paese che si interroga sulla malignità morbosa della comunità: «L'amore per Cristo e la Vergine possono raccontarmelo fin che vogliono, è poca cosa se confrontato con l'amore che devi alle creature di questa terra. Io mi chiedo se sia giusto imporre l'amore per degli esseri che non vedi e che non si possono toccare». Amorevole è Agata, «dolce e soave come l'aria tiepida di primavera che fa fiorire i meli», data in sposa a un giovane dalla bellezza angelica, evirato su ordine di un prelato alla corte papale affinché la sua voce venga per sempre salvaguardata per rendere gloria al Regno dei cieli». Amorevole è Costanza, bella come una dea, che ai ragazzi invaghitisi di lei, parla amabilmente «guardandoli con occhi dolci e imploranti per condurre il loro pensiero in altri mondi» e «attenuare la brama che avevano di possederla». Così come amorevole sono alcune figure maschili: Gabriele, il marito di Agata, che accudisce teneramente la moglie, scampata alle pene dell'ordalia dell'acqua per aver ceduto a un desiderio illecito. Poi il Moscovita, il quale offre al paese e alla sua gente una occasione di riscatto, e che quando incontra lo sguardo contrito e sottomesso delle principali vittime di un senso di colpa coltivato ad arte - le donne - si chiede come mai esse credono sempre di «aver commesso gravissimi peccati», quando invece «le trasgressioni alla legge divina le hanno commesse quelli che […] condannano e […] assolvono, e usano del potere di condannare e assolvere» per sottomettere, umiliare e mortificare. È per loro che Francesco Branca detto il Moscovita fa costruire la Via Crucis, per loro che «sono cadute una, due, tre volte sotto la croce della fatica e della sofferenza».

Tuttavia queste non sono certo cadute destinate a cessare, come si vede ogni giorno, se appena ci interroghiamo, come fa Anna all'inizio del romanzo, sul senso di un presente che appare quale continuo martellare di fatti che oltre a stordire, scompone l'odine delle cose in una sofferenza e in una violenza implacabili. La Storia in cui è calata la narrazione appartiene tanto alla fiction, quanto alla realtà di ogni tempo: vi ritroviamo anche, mutatis mutandi , le stesse figure “logiche” che incarnano i drammi su scala globale in cui ci dibattiamo oggi. Come ogni grande romanzo, anche quello di Alberti ha la sua radice vitale nel presente in cui è stato scritto: ognuno può ritrovare grazie ai personaggi narrati la sua parte di sofferenze e di prevaricazione. E forse capire un po' meglio perché sia così difficile resistere al richiamo di una realtà che predefinisce, secondo logiche sfuggenti, le nostre disposizioni all'azione.

 

 

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